lunedì 3 giugno 2013

Mamma li turchi!

Agli inizi di quest’anno sono stato a Istanbul, nei giorni in cui si tornava a parlare del rischio di attentati terroristici, e ho invece trovato una città accogliente e popolata da persone di grande umanità. Racconto questo particolare, che mi ha davvero colpito: mentre ero in taxi nel tragitto dall’aeroporto all’albergo, il tassista a un certo punto si è fermato ed è sceso dalla macchina in modo inspiegabile, tanto da spaventarmi. L’ho visto che raccoglieva un pezzo di pane, che poi, rientrato in macchina, ha gettato dal finestrino mentre passavamo sul Bosforo. Si è quindi girato verso me e mia moglie, che stavamo seduti dietro attoniti, e ci ha spiegato a gesti che quel pane lo avrebbero mangiato i pesci. Un gesto bellissimo, che ci ha commosso.
Ora provo una nuova commozione, pensando a quanto coraggio e senso civico abbiano i tanti cittadini di Istanbul che si stanno ribellando al progetto del premier Erdogan finalizzato a distruggere il Gezi Park con i suoi seicento alberi nel cuore della città, per fare posto a un centro commerciale. Senza paura, questi ragazzi affrontano i reparti anti-sommossa della polizia, i lacrimogeni, i cannoni ad acqua. I giovani studenti, sostenuti dagli artisti e dagli intellettuali turchi e da tanti deputati, si accampano di notte nel parco per tentare la mattina dopo di bloccare i bulldozer che devono sradicare gli alberi.
Dall’altra parte Erdogan, forte delle autorizzazioni amministrative (non so se lì ci sono leggi che tutelano gli alberi storici e se ci sono interpretazioni contrastanti di quelle leggi) non vuole saperne niente della protesta, che così diventa anche una dura critica al suo modo di fare autoritario. Ma, soprattutto, diventa una critica, assai simile a quella degli indignados di New York, Londra e Madrid ad un modello di sviluppo autoreferenziale che preferisce il cemento alla tutela delle bellezze storiche e paesaggistiche che rappresentano anch’esse la storia di un popolo.
Tornando col pensiero alla nostra città, trovo una situazione che riproduce in piccolo lo stesso schema. Il progetto di rifacimento del centro di Francavilla non ha preso in considerazione la salvaguardia di beni di valore paesaggistico, quali erano gli alberi abbattuti e ha previsto la realizzazione di marciapiedi con materiali pregiati che comportano spese per centinaia di migliaia di euro, e poco importa se con gli stessi soldi si potevano sistemare con piccoli interventi di ordinaria manutenzione i tanti marciapiedi della città sui quali la gente cade davvero.
Una volta si diceva “mamma li turchi”, ora possiamo prendere ad esempio il senso civico di quei tanti ragazzi di Istanbul, che non hanno paura neppure di essere picchiati o arrestati per fare sentire a tutti il loro desiderio di salvaguardare i beni comuni e di non morire inghiottiti nel plastificato mondo del pensiero dominante.
A loro Erri De Luca ha dedicato una poesia che riporto qui sotto.

La battaglia d’Istanbul in difesa di seicento alberi,

novecento arresti, mille feriti, quattro accecati per sempre,
la battaglia d’Istanbul 
è per gli innamorati a passeggio sui viali,
per i pensionati, per i cani,
per le radici, la linfa, i nidi sui rami,
per l’ombra d’estate e le tovaglie stese
coi cestini e i bambini,
la battaglia d’Istanbul è per allargare il respiro 
e per la custodia del sorriso.




venerdì 26 aprile 2013

10 domande per il Sindaco





A Francavilla non si era mai visto: cittadini in fila per sottoscrivere una petizione popolare per salvaguardare la bellezza della nostra città, persone che ripetono: “sono venuto apposta per firmare”… No, non si era mai visto.
Mentre continua a salire il numero delle adesioni all’appello salva tigli da parte dei cittadini, noi continuiamo ad attendere risposte ad alcune domande che stiamo rivolgendo al Sindaco da tempo, utilizzando ultimamente tutti i mezzi di informazione.
Per facilitare il compito al Primo Cittadino, ho pensato di mettere in ordine le varie questioni alle quali non viene data risposta.
1) Continuiamo a leggere Sue affermazioni relative alla “totale assenza di soluzioni alternative al taglio degli alberi”. Ci può spiegare, di grazia, per quale motivo lo stesso progetto dell’Amministrazione comunale prevede il rifacimento dei marciapiedi dal piazzale della Stazione a via Venezia lasciando gli alberi dove sono? Come mai in quel tratto di strada, dove i marciapiedi sono in condizioni di gran lunga peggiori di quelli sui quali si è già intervenuto, si può procedere al rifacimento dei marciapiedi salvando i tigli? In questo caso non vale il discorso che tra due anni i marciapiedi sarebbero di nuovo “punto e a capo”?
2) Si può sapere chi è l’agronomo a cui ha fatto riferimento nel corso dell’ultimo consiglio comunale, che avrebbe confermato l’assenza di soluzioni alternative al taglio degli alberi per il rifacimento dei marciapiedi?
3) Quali sono le particolari competenze di questo agronomo che La hanno indotta a non avvalersi del parere dell’agronomo comunale?
4) A proposito, qual è l’opinione dell’agronomo comunale sulla mancanza di soluzioni alternative al taglio degli alberi e sulla condizione di salute degli stessi?
5) Per quale motivo l’agronomo cui ha fatto riferimento senza nominarlo avrebbe effettuato questa perizia in modo gratuito, come da Lei affermato nel corso dell’ultimo consiglio comunale?
A proposito, l’ho sentita dire, nel corso dell’ultimo consiglio, che il Comitato salva alberi non aveva ben compreso quanto scritto dal Corpo Forestale dello Stato nella nota lettera che si conclude con le seguenti parole: “Appare difficilmente accettabile, anche alla luce del recente inquadramento normativo, un taglio a raso come unica soluzione percorribile”. Infatti, a Suo dire, il Corpo Forestale avrebbe scritto che, per salvare i tigli, l’Amministrazione comunale avrebbe dovuto rinunciare all’idea di risistemare i marciapiedi, a meno di non rifarli con manto erboso o con elementi posati a secco. Ha detto proprio così, e le sue dichiarazioni sono state riprese in diretta streaming.
Nella lettera, invece, il Corpo Forestale dello Stato, dopo aver proposto “la totale conservazione di alcune piante a minore impatto sui marciapiedi; la recisione della parte più superficiale dell’apparato radicale delle piante di maggiore impatto sulla superficie calpestabile; l’abbattimento di alcune piante tra cui quelle deperite e in cattivo stato vegetativo; il ripristino delle necessarie condizioni di struttura e fertilità agronomiche del terreno”, suggerisce, testualmente, “l’adozione, nella zona interessata dalle radici degli alberi, di un’idonea pavimentazione permeabile all’aria e all’acqua (es. grigliati, pavimentazioni carreggiabili e pedonabili erbose, a elementi posati a secco, ecc.)”. Dunque, a titolo meramente esemplificativo vengono indicate due tipologie di pavimentazioni alternative, a cui se ne possono aggiungere altre. Ed in ogni caso, non risulta che la Forestale abbia detto che bisogna rinunciare al rifacimento dei marciapiedi e meno che questi non vengano realizzati con erba o con elementi posati a secco. Da tali considerazioni discende la sesta domanda, che è la seguente:
6) Non le sembra di essere stato Lei a travisare quanto scritto dal Corpo Forestale dello Stato?
Vorrei aggiungere che proprio due giorni fa si è espressa sulla questione anche la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per l’Abruzzo, che dopo avere affermato di “condividere la preoccupazione sul progetto di abbattimento di un importante elemento del verde urbano di Francavilla”, ha concluso testualmente: “Si auspica che il Comune possa tener conto delle segnalazioni pervenute e delle valutazioni tecniche espresse nel merito dallo stesso Corpo Forestale, valutando soluzioni alternative e limitando gli abbattimenti allo stretto necessario”.
Dunque, oltre al Consiglio Regionale e a quello Provinciale, anche la predetta Soprintendenza, aderendo a quanto detto dal Corpo Forestale dello Stato, chiede all’Amministrazione comunale di rivedere il progetto e di valutare soluzioni alternative all’abbattimento.
Dalle predette considerazioni discende la settimana domanda:
7) Non si è chiesto come mai tutte le istituzioni si sono pronunciate in senso sfavorevole all’abbattimento indiscriminato dell’intero filare di tigli dalla Sirena al piazzale della Stazione e nessuna istituzione si sia invece espressa in senso favorevole?
Alla settima segue l’ottava:
8) Non è che per caso ne ha fatta una questione personale ed una ostinata dimostrazione di forza, a discapito dei malcapitati tigli?
Siamo rimasti sgomenti, poi, di fronte al manifesto che l’Amministrazione ha tempestivamente fatto affiggere, in cui si dà contezza di un sopralluogo effettuato in data 10/04/2013 (quando i lavori erano già appaltati!), e della rilevazione di una situazione diffusa di “stress” delle piante, con conseguente necessità di sostituirle (non si da a detta di chi) con “latifoglie indigene”, in modo da “migliorare la qualità estetica dell’impianto e la sua armonia con l’ambiente”. Il predetto manifesto si chiude con la scritta in grassetto: “Gli alberi saranno sostituiti con altri più adatti del tipo Sophora Japonica”.
Non riesco a trattenere le prossime domande, che raggruppo al numero nove:
9) Ma la Sopohora Japonica, importata dal Giappone e dunque chiaramente esotica, Le pare, anche a orecchio, una “latifoglia indigena”? E’ possibile una contraddizione di questo tipo nello stesso manifesto di “propaganda” comunale?
A proposito di propaganda. Anziché rispondere alla domande che Le stiamo rivolgendo da tempo, e soprattutto in questi ultimi giorni, ho visto che ha provveduto a scrivere un duro post sul Suo blog contro i rappresentanti delle forze politiche d’opposizione, ai quali chiede dove si trovavano quando  il Consiglio Comunale approvava la costruzione del Resort e del porto che ha riempito il nostro mare di cemento.
I suoi interrogativi mi offrono lo spunto per la decima e ultima domanda:
10) E Lei? Lei dove si trovava, e dalla parte di chi stava? La politica non la si fa solo dentro i partiti o dentro le istituzioni. Anche sottoscrivere una petizione, partecipare a una manifestazione, discutere con amici e parenti di scelte che riguardano il destino di un territorio, vuole dire fare attività politica.
Quando manifestavamo in piazza contro il Resort e contro il porto, non l’abbiamo vista. Non ha sentito il bisogno, pur non facendo attività pubblica, di dare un sostegno, un aiuto, un supporto, ai comitati che allora - come ora - cercavano difendere la nostra città dagli scempi ambientali che ora rinfaccia alla minoranza?
Dal nostro punto di vista, il taglio ingiustificato di un intero filare di tigli cinquantenari nel cuore della città è un nuovo scempio ambientale che si aggiunge ai precedenti, che abbiamo allo stesso modo denunciato e contrastato. Questa volta, però, stiamo avendo il supporto di tanti cittadini (1000 firme raccolte in due giorni è un dato eloquente) che Le chiedono di piantare pure i nuovi alberi all’Arenazze, ma di lasciare in vita quelli non ancora abbattuti, che sono stati il simbolo della rinascita di Francavilla dopo la guerra e che possono conferire ancora tanta bellezza alla nostra città.

domenica 14 aprile 2013

13 aprile 2013: manifestazione a Pescara contro Ombrina Mare



Venti mila per la questura, quaranta mila per gli organizzatori. Sono i numeri della partecipazione, dei manifestanti che ieri a Pescara si sono mobilitati contro il progetto Ombrina Mare 2. È il potente No degli ambientalisti al piano di rispolvero del petrolio nell’Adriatico, anche grazie al governo Monti. É l’onorevole  degli abruzzesi che chiedono il Parco Nazionale della Costa Teatina contro il declassamento della regione a distretto minerario.
A Pescara ieri sono scesi in campo 47 comuni, 17 partiti politici, la provincia di Chieti, 3 diocesi (Chieti, Pescara, Lanciano) 3 Parchi nazionali, un Parco regionale, 7 riserve e 178 associazioni per il corteo organizzato dal Coordinamento delle associazioni e dei movimenti che si battono contro la deriva petrolifera. “Comunque, a detta di tutti, la più grande manifestazione mai svolta in Abruzzo negli ultimi decenni” tiene a precisareAugusto De Panfilis del Wwf regionale. Il no che ieri più incuriosiva era quello del governatore, la sua presenza era stata annunciata, ma il Presidente della regione Gianni Chiodi non si è visto. Fuggito? Forse, per non dover liquidare con la solita secca risatina l’impertinente di turno che avrebbe osato: “Presidente, come mai così solerte a scendere in piazza con gli ambientalisti che da anni chiedono, invano, alla Regione di perimetrare il Parco della Costa dei trabocchi?” Immaginate l’espressione disincantata.
Colpo d’occhio sullo striscione: “No alla piattaforma, sì al Parco e alla ricostruzione aquilana” gli attivisti sono quelli di Appello per l’Aquila, Sinistra critica e Zona 22. Nel cuore del lungo serpentone c’è di tutto: bambini, scout, artisti di strada, studenti e musicisti. Dalla Madonnina il corteo prende il lungo-fiume Nord e si snoda su corso Vittorio Emanuele e poi corso Umberto, fino a piazza salotto dove però il mercatino è d’intralcio. Ore e ore a sfilare, tenendo il passo agli slogan, a migliaia: Tutelare il territorio e l’economia della Regione; Si al Parco della costa Teatina ..eppure il vento soffia ancora;Giù le mani dal mare e dalla terra. Ora decidiamo noi del nostro futuro.
“Metanodotti , rigassificatori, estrazioni d’idrocarburi ovunque e noi andiamo a finire sulla luna?” gli abruzzesi non vogliono sacrificare la salute sottostando alla dura legge della crisi: lavori forzati e inquinamento! Fischietti che strizzano i timpani, tamburelli e stornelli, migliaia di giovani saltano, riflettono al sole centinaia di cappellini variegati. Chissà se fa caldo in California dove “ ..il limite per le trivelle è di 170 km dalla riva e dal 1969 non le mettono più in mare” scrive la ricercatrice abruzzese Maria Rita D’Orsogna. Invece in Italia il decreto sviluppo elimina la distanza minima di 19 km per permettere alla Med Oil Gas (Mog) di estendere le ricerche sul petrolio a 6 chilometri di distanza dalla costa dei Trabocchi. Bisognerebbe chiedere ai politici perché non si sono mai mossi fino ad oggi, perché sono qui a manifestare. Solidarietà e faccia tosta? Sono lì per strada, per un alibi perfetto al nulla che decidono nelle sedi istituzionali.
In testa al corteo anche i sindaci abruzzesi col tricolore, sorridenti. Che fatica per Luciano D’Alfonso che stringe le mani, bacia e abbraccia tutti quelli che desiderano salutarlo, si avvicinano e si complimentano. Quando però l’obiettivo indiscreto di una fotocamera incrocia lo sguardo calamita dell’ex sindaco di Pescara, D’Alfonso rabbuia come se avesse visto un fantasma. Se qualcuno gli chiedesse: “ Scusi, ha mica discusso con qualche amico per solidarizzare oggi con gli ambientalisti? Lui risponderebbe? Eppure, ad un metro di distanza sbucano gli ambientalisti Peligni che hanno lottato contro il cementificio che qualcuno da Pescara voleva piazzare assieme ad un Hangar per gli aerei svuotando un monte sano, come un uovo, per realizzare la nuova area industriale sulmonese. L’area che c’era non bastava anche se deserta e zeppa di stabilimenti e aziende fantasma. Difendiamo i beni comuni. Stop Petrolio stop cemento sullo striscione dell’indomabile Consigliere regionale Maurizio Acerbo.
Si riconoscono lontano due miglia le bandiere per l’acqua pubblica. Tutti assetati se non si firma per l’Acqua diritto umano (www.acquapubblica.eu)!
Addosso al cane bassotto la bandana del panda Wwf e una trentina di chitarre suonano all’impazzata per i giovani che cantano a squarcia gola. Dall’altra parte due striscioni al maschile avvisano i fieri e il popolo femminile: l’Abruzzo ha già la sua trivella e va a finire davvero che ..chi saltella non trivella!
Maria Trozzi
Fonte: QuiQuotidiano.it Ultimisse

lunedì 18 marzo 2013

Esito del convegno “Strategia contro l’avvelenamento della fauna in Italia”

Notevole partecipazione di pubblico al Convegno “Strategia contro l’avvelenamento della fauna in Italia” svoltosi a Roma il 28 febbraio 2013
Circa duecento persone hanno assistito al convegno “Strategia contro l’avvelenamento della fauna in Italia” che si è tenuto a Roma il 28 febbraio scorso presso l’Auditorium del Ministero della Salute.
La platea, composta principalmente da veterinari, personale del Corpo Forestale dello Stato, agenti di vigilanza di parchi regionali, biologi e naturalisti, personale di regioni e province, ha potuto ascoltare le relazioni di esperti che si confrontano quotidianamente con l’avvelenamento di animali selvatici e domestici.
Nella prima parte del convegno gli interventi dei relatori (Dott.ssa Rosalba Matassa, Ministero della Salute; Capitano Pietro Della Porta, Carabinieri per la Tutela della Salute; Dott. Rosario Fico, IZS Lazio e Toscana; Luciano Sammarone, CFS) hanno portato all’attenzione dei partecipanti le principali criticità che rendono estremamente complesso ed arduo contrastare l’avvelenamento della fauna, tra le quali spiccano la difficoltà di emersione di questo reato, la scarsità di strumenti per individuare i colpevoli e la scarsa ottemperanza delle disposizioni normative in vigore.
Varie presentazioni hanno sottolineato come l’Ordinanza Ministeriale 18 febbraio 2008 e le sue successive modificazioni e integrazioni, che costituisce il primo provvedimento a livello nazionale specificatamente emanato dal Ministero della Salute per combattere il problema dell’uso dei bocconi avvelenati, sia largamente disatteso dai vari soggetti che sarebbero, invece, investiti di precisi compiti.
Raramente i Sindaci intervengono tempestivamente di fronte alla segnalazione dei casi di sospetto avvelenamento, avviando, come dovrebbero, le indagini e la bonifica del territorio e provvedendo alla segnalazione del pericolo nelle aree interessate.
Non sempre i veterinari liberi professionisti segnalano i casi di sospetto avvelenamento, impedendo così l’avvio delle indagini e l’attuazione di bonifiche che potrebbero eliminare bocconi e carcasse presenti nell’ambiente, salvando la vita ad altri animali.
Accade frequentemente, inoltre, che gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali inoltrino i risultati delle necroscopie e delle analisi di laboratorio ad ASL, Sindaco ed autorità giudiziaria ben oltre i termini previsti dall’O.M.
Queste omissioni ed inosservanze sembrano scaturire dalla scarsa conoscenza dell’ordinanza, dalla scarsa sensibilità alla problematica e anche dal fatto che le pene, seppure previste, non vengono comminate.
E’ stato anche sottolineato come siano poche le Prefetture che hanno attivato il tavolo di coordinamento previsto dall’O.M.
Altri punti critici sottolineati nel corso degli interventi sono stati la difformità delle metodiche analitiche impiegate nei vari Istituti Zooprofilattici e lo scarso impegno talora profuso dalle forze di polizia nello svolgimento delle indagini.
Da non dimenticare, inoltre, che l’OM decadrà nel 2014 e che sarebbe auspicabile una sua tempestiva traduzione in Legge dello Stato.
Due esperti della Regione Andalusia (Antonio Ruíz ed Antonio Valero) hanno sottolineato come l’uso del veleno sia una pratica largamente diffusa in Spagna e che assesta gravi colpi alla conservazione di molte specie di rapaci necrofagi (in particolare gipeto, aquila imperiale iberica, capovaccaio e nibbio reale) nonché alla sopravvivenza della lince iberica, un raro felino endemico della penisola iberica.
Il giro di vite nella lotta all’avvelenamento la regione Andalusia lo ha dato, a partire dal 2004, con l’attuazione di una strategia che prevede ben 61 diverse misure di contrasto. Tale strategia ha portato ad una riduzione dell’uso del veleno del 50% nell’arco di meno di 10 anni.
Unità cinofile antiveleno per la ricerca dei bocconi e carcasse avvelenati e team specializzati composti da agenti di polizia, tecnici e biologi, hanno permesso di giungere all’individuazione ed alla condanna di vari responsabili di episodi di avvelenamento.
Oltre a sanzioni penali rilevanti ed a pesantissime sanzioni pecuniarie, stanno contribuendo a ridurre il fenomeno anche pene accessorie molto efficaci come la chiusura delle aziende faunistico venatorie nelle quali vengano rinvenuti bocconi avvelenati o carcasse di animali avvelenati.
Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, dal canto suo, ha presentato una Strategia contro l’uso del veleno in Italia (Monica Di Francesco, Ente Parco Gran Sasso-Laga), affiancata da una proposta di legge che è stata elaborata con il contributo di vari esperti (Guido Ceccolini, Biodiversità sas) e che, tra le altre misure, propone di:
agevolare la denuncia dei casi di avvelenamento da parte dei cittadini;
affidare un ruolo centrale al Corpo Forestale dello Stato nei casi di avvelenamento della fauna, specializzandone il personale;
formare personale specializzato nelle ASL e negli Istituti Zooprofilattici;
attivare Nuclei Cinofili Antiveleno e regolamentare la loro operatività a livello regionale;
prevedere un ruolo attivo anche da parte degli enti gestori della fauna quali Provincie ed Enti parco;
potenziare il ruolo degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali, sia nell’attività diagnostica che nella raccolta ed elaborazione dei dati a livello nazionale;
inasprire le sanzioni amministrative e penali per coloro che utilizzano bocconi avvelenati;
prevedere la sospensione di attività economiche e sportive nelle aree in cui si siano verificati episodi di avvelenamento (caccia, pascolo e ricerca di tartufi).
L’importante ruolo che giocano i nuclei cinofili antiveleno nella lotta all’uso del veleno, più volte ribadito, è stato oggetto di una dettagliata presentazione (Anna Cenerini, Ente Parco Gran Sasso-Laga) nella quale è stato sottolineato come i Nuclei abbiano un ruolo basilare per conoscere se, come e quando l’uso del veleno sia diffuso in un territorio. Essi, infatti, riescono ad individuare carcasse e bocconi avvelenati che, a vista, non potrebbero mai essere rilevati. Gli NCA riescono a bonificare con efficacia e rapidità i territori interessati da spargimento di bocconi tossici, evitando ulteriori episodi di avvelenamento “secondario”. Inoltre gli NCA svolgono un ruolo di costante presidio del territorio e possono essere impiegati in perquisizioni di edifici ed automezzi giocando, così, un efficace effetto dissuasorio. Sono state fornite anche indicazioni pratiche su come poter attivare un Nucleo Cinofilo Antiveleno e su quali altre misure intraprendere per potenziare il loro ruolo preventivo e deterrente.
La Sovrintendente Alessandro Mango del Coordinamento Territoriale per l’Ambiente del Corpo Forestale dello Stato per il Parco Gran Sasso-Laga ha illustrato le tappe che hanno portato all’attivazione, grazie al progetto LIFE ANTIDOTO, dei due Nuclei Cinofili Antiveleno operanti dal 2010 nel Parco Gran Sasso-Laga, in collaborazione tra Ente Parco e CFS, in particolare:
lo stage svolto dai due conduttori in Andalusia (la stessa sovr. Mango ed il dipendente del Parco Gran Sasso-Laga Alberto Angelini) e la conoscenza e l’affiatamento con i cani donati dalla Regione Andalusia all’Ente Parco Gran Sasso-Laga;
le modalità di addestramento e lavoro sul campo dei Nuclei Cinofili Antiveleno del Parco Gran Sasso-Laga;
le modalità operative adottate per lo svolgimento degli interventi periodici nel Parco e degli interventi di urgenza, sia nel Parco che in altre aree abruzzesi;
la sinergia operativa tra Nuclei e personale CFS.
Infine sono stati descritti i più interessanti casi di avvelenamento riscontrati in Abruzzo dai due Nuclei, poi trattati in maniera più approfondita anche dal veterinario della ASL dell’Aquila dott. Livio Giammaria nel suo intervento.
Ha chiuso il convegno la presentazione di due allevatori e tartufai toscani (Alessandro Poggini e Giacomo Guarguaglini) che, desiderosi di mettere un freno alla barbara pratica dell’uso dei bocconi avvelenati che colpisce frequentemente anche i cani da tartufo, hanno fondato l’associazione DAW, Dog at Work dopo aver partecipato ai due corsi di formazione per Nuclei Cinofili Antiveleno organizzati dal Parco Nazionale Gran Sasso-Laga nel 2011 e nel 2012. I due allevatori-tartufai stanno portando avanti l’addestramento di due cani per la ricerca del veleno ed auspicano una regolamentazione normativa che permetta loro di poter collaborare a breve con enti e corpi di polizia locali nella lotta all’uso del veleno.