Vagava affamato e senza microchip su una strada trafficata, fu raccolto, portato in canile e adottato da una giovane donna, ma oggi, a distanza di cinque anni, in virtù di una sentenza del Tribunale di Milano che lo equipara a un oggetto, il cagnolino Jago dev'essere restituito a un uomo che si dichiara il suo padrone originario. Pur prendendo atto di tutte le manchevolezze del presunto proprietario di una volta, il quale neppure avrebbe denunciato la scomparsa dell'animale, il giudice fa preciso riferimento agli articoli 927 e seguenti del Codice civile relativi a "smarrimento e ritrovamento delle cose mobili e quindi degli animali", secondo cui si può pretendere la restituzione di un oggetto rinvenuto da altri entro un anno dalla perdita.
"E' un provvedimento che sbalordisce, come si può strappare un cane ormai adulto alla sua vita, agli affetti, per rispedirlo come fosse un pacco in un luogo estraneo e probabilmente poco congeniale?" si chiede MP, l'attuale proprietaria del meticcio di piccola taglia col quale vive in simbiosi dal 2014, in un comune dell'area metropolitana di Milano.
"Siamo ricorsi in appello e abbiamo fatto un'ulteriore istanza per chiedere la sospensione dell'efficacia della sentenza di primo grado" dice Michele Pezone, il legale che l'assiste, esperto in cause legate ai diritti degli animali: "Sembra che qui si ignori la ratificazione del Trattato di Lisbona, dove si stabilisce che gli animali non sono cose ma esseri senzienti e come tali vanno considerati".

