giovedì 10 dicembre 2020

Una legge per Difenderli - di Luca Sciortino (Panorama, n. 50 del 9/12/2020)

 

        Una voce flebile, sovrastata dal frastuono delle discussioni sull’attuale emergenza economica e sanitaria, chiede ai governi interventi legislativi che favoriscano un rinnovato rapporto con la natura. È frutto della percezione ormai diffusa che ciò che facciamo agli animali e alle piante si ripercuote su noi stessi. A essere divenuti oggetto di attenzione sono gli allevamenti intensivi e la distruzione degli habitat naturali che ci mettono a contatto con gli animali selvatici favorendo il salto di specie di virus e batteri. La spinta a interventi legislativi che regolino il rapporto uomo-animale non poteva che partire proprio dalle specie domestiche. Una nuova legge che sta per entrare in vigore in Germania, fortemente voluta dal ministro dell’agricoltura Julia Klöckner, può essere considerata il primo passo verso un riconcepimento della legislazione sugli animali. La Hundeverordnung, come si chiama la nuova ordinanza tedesca, impone ai proprietari di portare a spasso i propri cani almeno due volte al giorno e per un periodo di tempo complessivo di almeno un’ora.

In Italia, la nuova sensibilità verso le altre specie è quasi assente nei dibattiti sulla ripartenza economica post-epidemia, ma sta crescendo nella società civile. ll recente convegno organizzato dalla Lega Nazionale per la Difesa del Cane (LNDC) dal titolo “Diritti degli animali: le nuove frontiere per la loro tutela” è solo l’ultimo dei molti eventi che hanno visto la partecipazione non solo di esperti ma anche di migliaia di cittadini collegati in rete. Questi ultimi chiedevano una nuova legislazione sugli animali capace non solo di punire le violenze, ma anche di impedire i cosiddetti maltrattamenti etologici, quelli che impongono all’animale ambienti di vita insopportabili per le caratteristiche della specie, tra questi gli allevamenti intensivi per la produzione di carne, le gabbie per animali selvatici da pelliccia, i canili lager, i laboratori di ricerca e i circhi. L’epidemia di Covid ha infatti riproposto a più riprese questo problema, per esempio quando molti governi hanno ordinato l’abbattimento di milioni di visoni che avevano sviluppato e trasmesso mutazioni del virus del Covid. Lo stesso ministro della salute Roberto Speranza la settimana scorsa ha firmato un’ordinanza per la sospensione dell’attività degli allevamenti di questi animali.

Michele Pezone, avvocato e responsabile nazionale diritti animali (LNDC), dice che c’è urgente bisogno di modificare il quadro legislativo per chi commette reati a danno degli animali: «I problemi da affrontare sono molti. Prima di tutto, nel caso di violenze o di mancato soccorso nessuno sconta nemmeno un giorno di prigione, e anzi spesso il colpevole non finisce nemmeno sul banco degli imputati». Alcuni esempi tratti dalla cronaca recente rendono il concetto più chiaro. Alcuni mesi fa un pastore sardo, per punire il suo cane che aveva sbranato una pecora, lo legò all’auto e lo trascinò per la strada. «Anche se una volante dei Carabinieri colse il pastore in fragranza di reato» racconta Pezone « la vicenda giudiziaria si concluse con una semplice messa alla prova: di fatto, il pastore evitò il processo andando a fare fotocopie per qualche giorno in un ufficio comunale di fronte casa sua. Tutto questo perché la legge 189 del 2004 prevede pene detentive troppo basse, tali per cui gli imputati alla prima udienza possono scegliere di andare a lavorare in comune o presso altri enti evitando a piè pari il processo e mantenendo pure la fedina penale pulita». C’è poi un altro caso emblematico riguardante l’omissione di soccorso: una sera un cane rimase fuori dal cancello di una villa senza che i suoi proprietari se ne accorgessero; questi ultimi lo trovarono agonizzante la mattina successiva dopo che era stato investito molte ore prima. Tempo dopo un tizio si presentò dai proprietari chiedendo il risarcimento per la propria auto danneggiata dall’investimento. Anche se Pezone, che seguì il caso, riuscì a dimostrare il mancato soccorso, e che il danno affettivo subito dai proprietari del cane era maggiore di quello economico di un paraurti, restava il fatto che l’omissione di soccorso agli animali coinvolti in un incidente non costituisce reato, ma solo un illecito amministrativo punito con l’articolo 189 comma 9 bis del codice della strada. Insomma, male che vada, chi non soccorre un cane agonizzante se la può cavare con una sanzione dai 413,00 ai 1658,00 euro. Prendiamo ora un altro caso, una lesione colposa causata da un veterinario che commetta gravi errori determinando la morte di un animale. Bene, il fatto non costituisce reato e il colpevole al massimo dovrà attivare la propria polizza assicurativa per risarcire il danno. E che dire del caso così frequente di un cane legato a vita a una catena e costretto a vivere un’intera vita in solitudine? Pezone spiega che solo recentemente sono state approvate alcune leggi regionali che vietano questa pratica. Come dire che in certe regioni è consentita. In questo caso bisogna notare che quando un cane è tenuto alla catena è costretto a fare i bisogni dove si accuccia, una circostanza difficile da sopportare perché assolutamente in contrasto il comportamento tipico della sua specie. La selezione naturale ha premiato questo tipo di ethos non a caso: stare lontano dai propri bisogni significa stare lontano da batteri e virus. E qui arriviamo dritti al problema degli animali tenuti in condizioni che producono loro sofferenza. Per punire il maltrattamento etologico ci si può appellare solo a un’elaborazione giurisprudenziale dell’articolo 727 del codice penale. Questo articolo prevede un’ammenda da mille a diecimila euro a chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura. Ma nella maggior parte dei casi nessuno può essere condannato perché esiste una clausola di esclusione per varie attività tra cui quelle commerciali e non solo quella dell’industria alimentare. Anzi, come fa notare Pezone, «si potrebbe dire che da una parte la legge nega di fare qualcosa e dall’altra lo permette: se in generale il maltrattamento etologico è vietato, dall’altro è ammesso per una serie di ragioni economiche». Il fatto nuovo è che l’umanità si sta rendendo conto che questi maltrattamenti etologici finiscono per minare alla base la sua stessa sopravvivenza.

 Che fare dunque? Negli ultimi cinquant’anni, diversi studiosi del problema hanno suggerito di riconsiderare i diritti degli animali partendo dal presupposto che non esiste alcuna distinzione netta tra noi e loro per quanto riguarda la capacità di soffrire. «Se ripensassimo la legislazione partendo dal fatto che l’uomo rientra nel regno degli animali, come suggerisce la teoria dell’evoluzione, e che tutti gli animali hanno gli stessi diritti alla vita, allora i principi giuridici più elementari, come per l’appunto il diritto alla vita e alla non sofferenza, sarebbero gli stessi per noi e per loro. A quel punto sarebbe inammissibile non punire severamente l’omissione di soccorso o l’abbandono di un animale alla catena». Tom Regan, un filosofo dei diritti degli animali, ha notato che se diamo valore alla vita di un essere umano a prescindere del grado di razionalità che manifesta nel suo comportamento, allora dovremmo dare un analogo valore anche a un animale non umano. Resta il fatto che più delle leggi può il grado di civiltà e il buon senso dei singoli. Per combattere il caso dei canili lager, basterebbe cambiare le nostre scelte: anziché spendere migliaia di euro per un cane di razza alla moda si potrebbe regalare qualche anno di vita felice a un cane che ha sofferto per tutta la sua esistenza.  

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