sabato 26 maggio 2012

Vivisezione, il fallimento della scienza.


Il dibattito sull’utilità o meno della sperimentazione scientifica sugli animali, occasionato dall’emendamento promosso dalle maggiori associazioni animaliste, attualmente in discussione al Senato, sta arrivando al punto di maggiore intensità.
Ultimamente, alcuni quotidiani e periodici hanno riportato i pareri di autorevoli medici e scienziati contrari alla vivisezione (come quelli del professor Fedi, primario di Urologia alla Sapienza e del dottor Stefano Cagno, psichiatra e dirigente ospedaliero, nell’articolo de Il Giornale dal titolo “La vivisezione è una truffa”, e del dottor Claude Reiss, per trentacinque anni direttore di ricerca in biologia molecolare al CNRS nell’articolo de L’Espresso dal titolo “Test sugli animali? Inutili e dannosi”), mentre la rivista Panorama, la settimana scorsa, ha dedicato all’argomento l’articolo di copertina, dal titolo “O la cavia o la vita”, raccogliendo il parere del dottor Garattini, direttore del Mario Negri, favorevole alla sperimentazione animale.
Il titolo di quest’ultimo articolo ricorda lo slogan di una recente campagna choc, organizzata oltreoceano per promuovere la ricerca scientifica con modelli animali. Tale campagna, finanziata dalla FBR (Foundation for Biomedical Research), è stata realizzata con 300 cartelloni pubblicitari (che tramite internet hanno fatto il giro del mondo) ritraenti un topo e una bambina con la scritta: “Chi preferisci vedere vivo, il topo o lei?”.
Ebbene, questo messaggio fuorviante ideato dai pubblicitari pagati dalla FBR, al pari del titolo dell’articolo di “Panorama”, merita alcune osservazioni, non sul piano scientifico (per quelle si rimanda ai pareri contrapposti dei predetti ricercatori), ma sul piano morale.
Mi viene in aiuto un libro, che sto leggendo in questi giorni, di Hal Herzog, dal titolo “Amati, odiati, mangiati”. Herzog è uno studioso favorevole alla sperimentazione animale, il quale tuttavia afferma che, pur avendo il desiderio di bollare le contestazioni degli animalisti come il frutto dell’ingenuità e della disinformazione, è costretto a riconoscerne la legittimità. Proprio a proposito della sperimentazione sui topi, Herzog non ritiene di poter nascondere le differenze biologiche: “noi viviamo quaranta volte più a lungo e il nostro peso medio è duemila volte il loro; il metabolismo di un topo è sette volte più veloce di quello umano; l’ultimo antenato comune alle due specie risale all’era dei dinosauri”.
E allora, perché i topi sono le principali vittime della sperimentazione animale? Tutti noi che siamo interessati a tali tematiche abbiamo la risposta sulla punta della lingua: perché sono animali economici, piccoli, maneggevoli, perfetti per le ricerche finanziate dalle industrie farmaceutiche, a prescindere dalle compatibilità genetiche con l’uomo. Ma Herzog fornisce un motivo in più, lampante e allo stesso tempo quasi sfuggente: “La maggior parte della gente dei loro diritti se ne infischia”. La gente non ama i topi. Secondo una ricerca americana commissionata nel 2009 dalla Foundation for Biomedical Resarch (sì, la stessa della pubblicità con la bambina), solo il 10% delle persone che si trovasse un topo in casa tenterebbe di catturarlo per poi liberarlo all’esterno. Il resto lo ammazzerebbe senza rimorsi.
Ecco allora il punto del discorso, cui arriva Herzog: la mancanza di empatia con gli animali coinvolti nelle sperimentazioni, di cui i topi sono la migliore esemplificazione, è il fondamento morale delle sperimentazioni stesse.
Hal Herzog si accorge di questa semplice verità vedendo il film di Spielberg, E.T. con i suoi figli. Nella scena finale l’extraterrestre si distacca dal suo amico umano, il piccolo Elliot, per ritornare sul suo pianeta, Zork. L’autore a questo punto si pone una domanda: e se invece di questo finale lacrimoso, si fosse vista la scena dell’extraterrestre che afferra il bambino portandolo sulla sua astronave, per poi testare su di lui un farmaco finalizzato a curare una malattia mortale per gli zorkiani?
Si tratta, a ben vedere, dello stesso esperimento mentale proposto da Desmond Stewart nel suo racconto “Vennero i Troog e dominarono la Terra”. In questo racconto l’autore immagina degli alieni, chiamati Troog, i quali, essendo più intelligenti di noi umani, ci trattano così come noi trattiamo gli altri animali. Ci piacerebbe l’idea? Direi proprio di no. Infatti, quando accade che un farmaco ci procuri anche dei lievi effetti indesiderati, scattano le azioni giudiziarie contro le case farmaceutiche. A nessuno di noi piace l’idea di aver fatto da cavia per testare la bontà di un farmaco. La maggior parte di noi non accetta neppure che a fare da cavia siano dei teneri cagnolini o delle scimmiette. Il salto di qualità ci sarà quando aumenteremo le nostre capacità di empatia e ci accorgeremo tutti che nessun animale, neppure il più antipatico dei topi, merita le torture dei vivisettori.

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